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Pubblicità o abbonamento? L'eterna insoddisfazione dell'utente

8 Settembre 2015

Pubblicità o pagamento? Quando una APP deve sopravvivere

 

L’incubo del pagamento o della pubblicità torna in questi giorni in auge. Da un lato con il post sponsorizzato di Instagram e dall’altro con l’isteria di massa del “WhatsApp” a pagamento, con un messaggio che invita (tipo catena di Sant’Antonio) a condividere il testo per dimostrare di “essere utenti attivi” ed evitare o di rinviare il possibile pagamento dell’App.

 

Ovviamente, la manutenzione ed i servizi offerti da queste due applicazioni richiedono cifre non indifferenti ed è normale che ad un certo punto, si chieda di poter recuperare gli investimenti fatti nel corso di questi anni.

 

Entrambe le applicazioni appartengono al mondo di Facebook ed hanno adottato due sistemi per recuperare i costi e mantenere lo standard qualitativo del servizio offerto sino ad oggi.

 

Nonostante, la comune appartenenza, ogni App (vuoi per un fattore etico o commerciale) ha deciso di prendere strategie diametralmente opposte: inserzioni e abbonamento.

 

Chiaramente, le inserzioni non vanno a “pesare” sull’utente finale (così come accade con Facebook) a differenza di un servizio in abbonamento (dal costo irrisorio, come vedremo poi).

 

 

“Non vogliamo la pubblicità”

Finalmente è arrivato il primo post sponsorizzato (su questo argomento ho già scritto un articolo) e l’inserzionista è Instagram stesso.

Ed il post sponsorizzato serve per annunciare l’arrivo dei post sponsorizzati:

Post sponsorizzato pubblicato da Instagram

«Nelle prossime settimane potresti vedere delle inserzioni su Instagram. Le inserzioni riporteranno la dicitura “Sponsorizzata”: toccandola potrai nascondere le inserzioni che non ti interessano e migliorare i tipi di inserzioni che vedi»

 

Quasi 70 mila persone hanno cliccato “like”, ma come ci insegna l’EdgeRank di Facebook i commenti hanno un peso specifico maggiore, in quanto ci aiutano a comprendere quali siano i feedback (in questo caso le “fobie”) degli utenti, di fronte ad un post che annuncia l’arrivo di pubblicità sulle loro home feed.

 

Andando oltre gli utenti che hanno utilizzato il post, per avere maggiore possibilità di promuoversi e raccattare followers (un trend misurabile anche sull’hashtag #followme utilizzato in oltre 372 milioni di messaggi) i commenti negativi sono molti.

Alcuni dei commenti che si possono trovare sotto il post sponsorizzato di Instagram

Il timore è di ritrovarsi invasi da inserzioni (cosa che non succede su Facebook, tantomeno dovrebbe accadere su IG) ma altri usano termini più pesanti, accusando Mark Zuckerberg di guardare solo al profitto (se FB non è una “non profit” un motivo ci sarà) e minacciando di uscire dal social network, alla ricerca di qualcosa di simile e, soprattutto, non invaso dalla pubblicità.

Stando ai commenti ci si dovrebbe aspettare un flusso migratorio di utenti che volano di APP in APP fino a quando il freddo vento degli inserzionisti non li costringerà a spostarsi.

 

Occorre fare una segnalazione: oggi su Instagram, soprattutto in Italia, i brand si stanno pubblicizzando già da un po’.

A parte la strada percorribile solo dai grandi brand, ovvero di contattare l’ufficio vendite di IG (Guerlain, ad esempio, ha già fatto la propria campagna su questo canale -qui la case study-), la strada alternativa era quella di pagare un Influencer o Instagram Icons per mettersi in mostra.

I profili più seguiti, insomma, vengono pagati appositamente per esibire un determinato brand, un Product Placement vero e proprio, con tanto di citazione del profilo ufficiale del marchio.

Il problema era che il flusso di denaro non passava per il Social Network, il quale, accollandosi le spese: di server (e relativa manutenzione), dello sviluppo dell’APP, ecc. non si vedeva riconosciuto nessun fee da parte dei profili che hanno guadagnato utilizzando la piattaforma.

 

A breve, insomma, cambierà solo una cosa: sul post ci sarà scritto “sponsorizzata” e darà la possibilità di nascondere il messaggio (in quanto sarà segnalato come pubblicità), qualora non fosse di proprio gradimento.

 

Nonostante alcuni utenti abbiamo già previsto la fine di IG per colpa delle inserzioni, la storia ci ha insegnato che Facebook (utilizzato nelle critiche degli utenti) ha continuato a mantenere il primato, contando su una “popolazione” di 1,49 miliardi di utenti attivi nel mondo (stando al post fatto dallo stesso Mark Zurkerberg il 30 luglio scorso).

 

Sappiamo che le novità sono sempre difficili da digerire e che difficilmente ci sarà l’abbandono auspicato dai vari utenti. D’altra parte, l’alternativa è chiara:  app a pagamento.

 

Ma questo, apre le porte al:

 

 

Fai circolare… per non pagare

Come appena spiegato, l’utente non ama la pubblicità: è invasiva, disturba la vista e sembra che il social network ti stia spiando, quando in realtà è l’utente stesso a mettere ogni cosa online.

Dall’altra parte, sembra nemmeno apprezzare la seconda via: quella di pagare di tasca propria il diritto di usare l’applicazione.

 

La settimana scorsa molti dispositivi con installato WhatsApp si sono visti recapitare da amici, parenti o conoscenti, il seguente messaggio:

 

“Sabato mattina whatsapp diventerà a pagamento! Se hai almeno venti contatti manda questo messaggio a loro. Così risulterà che sei un utilizzatore assiduo e il tuo logo diventerà blu e resterà gratuito (ne hanno parlato al tg). Whatsapp costerà 0,01€ al messaggio. Mandalo a dieci persone.
"Salve, siamo Andy e Jonh, i direttori di whatsapp. Qualche mese fa vi abbiamo avvertito che da quest'estate whatsapp non sarebbe stato più gratuito; noi facciamo sempre ciò che diciamo, infatti, le comunchiamo che da oggi whatsapp avrá il costo di 1 euro al mese. Se vuole continuare ad utilizzare il suo account gratuitamente invii questo messaggio a 20 contatti nella  sua rubrica, se lo farà, le arriverá un sms dal numero: 123#57 e le comunicheranno che whatsapp per LEI è gratis!!! GRAZIE.... e se non ci credete controllate voi stessi sul nostro sito (www.whatsapp.com). ARRIVEDERCI.
PS: quando lo farai la luce diventerà blu (se non lo manderai l'agenzia di whatsapp ti attiverà il costo)."

 

Nota: Del testo qui sopra, ovviamente, non ho cambiato una virgola.

 

Ovviamente il messaggio è una bufala. WhatsApp è a pagamento per coloro che hanno scaricato l’APP dopo il 2014.

Questa è la dicitura sui numeri di telefono che hanno attivato l'APP prima del 2014

Questa è la dicitura sui numeri di telefono che hanno attivato l'APP dopo il 2014

WhatsApp questo mese ha raggiunto oltre i 900 milioni di utenti attivi mensili e mantenere in piedi un servizio che ti permette di inviare sfruttando internet: messaggi, foto, video, emoticons e chi più ne ha più ne metta, ha dei costi elevati.

 

Si fa presto a valutare i costi ed i benefici, la qualità del servizio rispetto alla cifra spesa.

 

WhatsApp se lo possono permettere tutti coloro che sono dotati di uno Smartphone (che non costa 10 euro, sia che lo si acquisti, sia che lo si prenda in comodato d’uso) visto il costo irrisorio.

Per poter usufruire del servizio il canone annuale è di 89 centesimi per un anno, 2,40 per tre anni e 3,34 euro per cinque anni.

 

Personalmente, avendo scaricato WhatsApp anni orsono, prima che questa fosse a pagamento, nel mio caso le condizioni sono rimaste invariate: gratuito a vita.

In caso contrario non credo che ci sarebbero problemi a pagare 3,34 euro per cinque anni, pari a 67 centesimi all’anno; meno di un caffè.

 

Sarebbe un controsenso, spendere centinaia di euro per uno smartphone per finire poi a protestare per il pagamento di un servizio di qualità a pochi centesimi.

 

Nel sito ufficiale di WhatsApp, inoltre, gli stessi creatori dell’applicazione riferiscono le testuali parole:

«[…]I vostri dati, qui, non vengono nemmeno considerati. Non ci interessano.

Quando le persone ci chiedono perché facciamo pagare Whatsapp, siamo soliti rispondere “Hai considerato l’alternativa?”».

 

In sintesi:

La pubblicità no! È invasiva

Pagare no! Emigro verso servizi ancora gratuiti!

 

Non siamo mai contenti.

Nicola Cappello

Web Analyst e Web Strategist.

Chi sono: Lavoro nel settore della comunicazione da oltre 15 anni, sia sul fronte pubblicitario che in quello giornalistico. Ho collaborato con testate come il Resto del Carlino, Corriere del Veneto e la Nuova Ecologia, cercando di affrontare tematiche legate al territorio.

Da diversi anni mi occupo di web marketing, aiutando le aziende a migliorare la comunicazione online.

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